Biografia

Oggi Torre Pedrera, un lembo di costa a pochi chilometri da Rimini, è una affollata località turistica, con una bella spiaggia e una grande attrezzatura alberghiera; è meta di un turismo, specie famigliare, proveniente da tutta Europa.
Ma negli anni quaranta Torre Pedrera era ancora un piccolo paese: modeste case di muratori, ortolani, pescatori; quattro strade, una modesta cappella, senza prete, e una scuola, poco frequentata, perché i bambini venivano avviati molto presto al lavoro.
In questo lembo di terra visse Carla Ronci.
Mario Ronci e Jolanda Casalboni, i genitori di Carla, condividevano le modeste condizioni economiche del paese. Mario era pescatore, Jolanda aiutava la suocera nella vendita di frutta e verdura. Vivevano alla giornata.
Carla nacque l'11 aprile 1936, alle quattro del pomeriggio, nell"Aiuto Materno" di Rimini e fu battezzata due giorni dopo nello stesso ospedale, come usava allora.
Dopo di lei nacquero la sorella Pierina e il fratello Stefano.
La nascita di Carla, una bella bambina rosea e piena di salute, portò grande gioia ai genitori.
La mamma la crebbe senza fatica, perché era buona e affettuosa, vivace, aperta e comunicativa. Con gli altri bimbi scorazzava per le strade di Torre Pedrera, il più delle volte a combinare birichinate; spesso andava a spiaggia a prendere il sole o a nuotare. A sei anni, prima ancora di iniziare la scuola, fu ammessa ai sacramenti: fece la prima confessione, ricevette la santa Comunione e la Cresima.
"Carla era una buona bambina" dirà la mamma "fu sempre buona con me, proprio cattiva non lo fu mai".
La sua maestra la ricorda come una scolara modello, buona, affettuosa, brava, diligentissima, attenta e sempre pronta a compiere i propri doveri... "recitava molto bene le poesie". All'esame di quinta elementare riportò una bellissima pagella, con i voti più alti di tutta la classe. Con la licenza elementare terminarono i suoi studi.
Nella ripresa economica degli anni cinquanta, anche la famiglia Ronci lavorò sodo per migliorare la propria condizione. Conseguirono una certa agiatezza: Mario si mise a fare il camionista, Jolanda aprì un negozietto di frutta e verdura. In seguito acquistarono un altro fabbricato, con negozi e appartamenti, che affittavano nel periodo estivo.

A dodici anni Carla era già una ragazza "alta, disinvolta, volitiva. Non stava mai ferma, le piaceva muoversi, cantare, correre e ballare".
I passatempi e i divertimenti erano quelli condivisi dalla gran parte delle ragazze: la spiaggia, la tintarella e le lunghe nuotate. Ma la sua vera passione era il ballo. Non passava festa senza che frequentasse, accompagnata dai genitori, una delle tante balere del luogo. Bella, slanciata e sorridente, era l'orgoglio del babbo, che la vedeva ammirata e corteggiata. Anche Carla si compiaceva di essere oggetto di attenzione da parte di tanti giovani e accoglieva volentieri l'invito di molti ammiratori, che desideravano ballare con lei.
Carla amava molto andare al cinema con le amiche: era il momento in cui parlavano della loro "conquiste", chiacchieravano e sognavano insieme: discorsi frivoli, ma innocenti sui corteggiamenti dei ragazzi, sulle simpatie che nascevano e morivano nel giro di una polka. Altra passione di Carla erano le riviste: il "Grand Hotel", allora molto diffuso, con la sue storie d'amore toccanti ed appassionate accendeva la fantasia, risvegliava i sogni che ogni ragazzina si porta dentro.
Ma il ballo, il cinema, i rotocalchi erano solo un momento di evasione nei giorni di festa. In realtà durante la settimana Carla lavorava sodo, perché la famiglia aveva bisogno anche del suo contributo.
Appena finita la quinta elementare la mamma la mandò ad imparare il mestiere di sarta. Nelle ore libere accudiva ad una capretta che i genitori avevano comprato per avere il latte fresco.
Per le vie di Torre Pedrera spingeva il carretto con la frutta e la verdura da sola o con la mamma o stava lunghe ore al banco di vendita, sempre cordiale, gentile, accogliente. Durante l'estate era impegnata anche come baby-sitter: le famiglie al mare o al lavoro le affidavano i loro piccoli da custodire.
Nell'adolescenza Carla visse un periodo spensierato: si comportò come tutte le ragazze della sua età, rimanendo sana e pulita interiormente.

Improvvisamente un incontro, che Carla aveva già avuto, con le suore Orsoline, che avevano aperto un asilo in Torre Pedrera, le fa balenare il pensiero che la vita possa essere vissuta con ben altra consapevolezza.
È interessante apprendere dalle parole di Carla il racconto del suo radicale cambiamento di vita. "Era l'anno 1950: vedevo tutte le mattine le suore Orsoline recarsi alla messa con tanto freddo d'inverno e alle volte con tanta neve. Tante volte mi ero affacciata all'asilo e anche là le avevo trovate tanto raccolte e così pie. Sempre serene. Tanto povere. Incominciai a riflettere: ma perché fanno quello che fanno? E per chi, se i bambini sono degli altri e le retribuiscono così poco? E perché sono così felici e tanto serene nella loro povertà e nelle loro privazioni?".
"Una sera, soprattutto una sera, appoggiata al davanzale di una finestra… c'era tanto movimento in paese... nel baluginio della fantasia, scorsi la sagoma di un volto e il sorriso di uno sguardo mai visto. Nel cuore sentii allora una voce e un invito: ebbi orrore di me stessa: voltandomi indietro vidi i miei quattordici anni al di fuori della gioia e il mio avvenire sospeso sul baratro di un abisso. Dubitai.... proposi... poi tornai a dubitare... chiusi gli occhi per vedere meglio dentro di me... tornai a proporre, ponendo dei limiti al proposito. Domani? Sì, domani. Domani proverò anch'io. Porterò in chiesa qualcosa di me affinché Dio non mi tormenti più con la sua voce: porterò qualcosa di me per vedere se è da là che le suore hanno tanta gioia e tanta serenità". Il mattino dopo Carla si recò in chiesa, assistette alla messa, in fondo alla chiesa, timorosa e stupita di ciò che avveniva in lei.
“Che impressione! Capivo e non capivo: il mondo mi si apriva davanti nella sua realtà. Non so se pregai. Pensai molto e nel pensiero rividi quel volto della sera innanzi: Gesù! Fu la prima volta che piansi senza sapere il perche' del mio pianto".
Promise al Signore che per un anno avrebbe lasciato il ballo. "Finito l'Anno Santo non tornai al ballo, ma lasciai il cinema e tutto il resto. La mia anima aveva bisogno d'altro; aveva sete, sete dell'amore di Dio. Così ho incominciato a frequentare la chiesa e i sacramenti più spesso, trovando in essi tanta pace e tanta gioia".
Per Carla fu una scelta nè facile nè naturale. Il carattere forte e appassionato l'aiutò a rimanere fedele "per forza o per amore" alle promesse che aveva fatto, e l'idea di un Dio giudice severo fu a poco a poco sostituita dall'esperienza di un amore forte e coinvolgente, "le cui vampe son vampe di fuoco".
Guardando al suo breve passato dirà: "fino a quattordici anni ho corso affannosamente dietro a tutto ciò che credevo potesse colmare il vuoto e l'ansia che avevo dentro di me: cercavo di stordirmi con un divertimento dietro l'altro, ma invano... Ho resistito alla grazia divina fino agli ultimi giorni del 1949".
Ora le si apriva una nuova strada di cui intravedeva gli orizzonti luminosi.
Incominciò a frequentare la chiesa, a confessarsi, a comunicarsi. Il parroco le donò un piccolo Vangelo che le piacque come un romanzo; lo lesse e rilesse e da là cominciò a pensare a un Dio buono al quale non aveva mai pensato.
Fu la prima tappa della sua vita spirituale. Da quel momento Carla imposta la sua vita alla luce della fede, con l'intento di non sottrarre nulla alla volontà di Dio, volontà che ricerca con costanza e purità di cuore.

Sentirsi parte del progetto di Dio fece avvertire a Carla l'esigenza di donarsi agli altri e di donare il Dio che lei aveva conosciuto. Fu ben felice quando il parroco le propose di entrare a far parte dell'Azione Cattolica parrocchiale come delegata "Beniamine", affidandole dieci bambine, alle quali ne seguirono altre: infine divennero trenta. Dirà poi Carla: "Ricordo ancora, come se fosse stato ieri, che le anime mi seguivano veramente". Nell'Azione Cattolica Carla arricchì la propria cultura religiosa attraverso lo studio del catechismo; la partecipazione a incontri
e giornate di studio la aprì a nuovi interessi e affinò la sua sensibilità, tanto che, leggendo oggi i suoi scritti, ci stupiamo che avesse conseguito solo la licenza elementare.
Nell'impegno nell'Azione Cattolica trovò spazio la sua ansia di apostolato e di donazione: Carla si aprì a nuovi orizzonti spirituali; si educò ad una collaborazione aperta e fattiva con il parroco e con gli altri dirigenti. Anche se poi trovò altri ambiti formativi, l'Azione Cattolica rimase il primo pilastro della sua struttura spirituale.

Con le suore Orsoline, che con la loro testimonianza l'avevano avviata sulla via della conversione, Carla continuò rapporti di vera amicizia. Trovò in loro autentiche maestre di vita spirituale, che l'aiutarono con la testimonianza e le parole a rispondere, con consapevolezza e generosità, alla chiamata che sentiva sempre più urgente dentro di sè. Maturò così la vocazione alla vita religiosa, vocazione che portò a lungo nel cuore e che manifestò apertamente solo qualche anno più tardi.
"Mai come ora - scrive alla Madre Dositea Bottani - ho sentito così forte il desiderio di donarmi completamente a Dio e vivere nella quiete di un convento, lontana da questo mondo tanto cattivo".
Non era questa la sua via. Lo Spirito la condurrà a scoprire poi la sua vera vocazione di laica consacrata nel mondo.
Tuttavia continuò a coltivare la sua vocazione religiosa, sempre a contatto con le suore, che le proposero un serio programma di impegni, che la coinvolgesse pienamente in tutti gli aspetti della sua vita quotidiana. Carla vi si attenne scrupolosamente, non senza fatica e sacrificio, perché era molto impegnativo, certamente più adatto ad una monaca che per una giovane che vive nel mondo. Ma da questo regolamento Carla ne trasse un gran bene.
Per percorrere con più sicurezza la strada che aveva intrapreso, sentì la necessità di un direttore spirituale al quale esporre i propri dubbi e le aspirazioni, con il quale confrontarsi sulle scelte da fare, per avere la conferma di essere nella volontà di Dio. Scelse il suo parroco, don Napoleone Succi, e si affidò alla sua guida paterna.

A diciannove anni Carla era diventata un'autentica bellezza: alta, dai lineamenti regolari, naturalmente elegante negli atteggiamenti. Occhi e capelli scuri. Possedeva uno sguardo penetrante: i suoi occhi splendidi sembravano entrare nel cuore di chi li guardava. L'intelligenza era vivace, pronta e intuitiva; la parola facile e appropriata. La costituzione fisica robusta e la straordinaria resistenza alla fatica aiutarono il temperamento dinamico e attivo, che la portava sempre alla ricerca di nuove e feconde iniziative.
Il 20 ottobre 1956, col permesso del suo confessore, fece voto di castità. Da questa consacrazione a Dio la sua femminilità esce trasfigurata, esplosione gioiosa di pienezza di vita. Scriverà nel suo Diario: "La femminilità è una proprietà che conquista e attira; la femminilità dell'anima consacrata a Dio deve essere così dolce e soave da attirare tutti a sé per condurre poi al Signore... Sono contenta di essere donna, perché il Signore ha dato alla donna il dono dell'intelligenza intuitiva ed è tanto bello intuire i bisogni degli altri, essere materne comprensive...”
Il Modello è Maria Santissima. "La femminilità deve essere come quella della Madonna: pura e casta".

Fin dal 1950, l'anno della sua conversione, Carla decise di offrirsi vittima di espiazione e di propiziazione per la santificazione dei sacerdoti. Che cosa la spinse a questa donazione? Carla aveva intuito la grandezza del ministero sacerdotale e la sua importanza per la vita della Chiesa.
Scriverà in una lettera del 1969 a Padre Marcellino passionista: "E’ in lui che trovo la verità; è in lui che trovo la fortezza. In lui trovo soprattutto Gesù. E offrirsi a Gesù le pare poco?". E sempre nella medesima lettera: "...per me il sacerdote è un uomo senza un cuore suo perché ha soltanto le sofferenze e angosce degli uomini, suoi fratelli, e nel suo batte il cuore di Cristo; un uomo senza interessi e prospettive, perché le sue sono quelle di Gesù; senza intelligenza e senza una sua parola perché quanto pensa o dice, tutto in lui riporta il pensiero e la parola di Gesù". Dall'ospedale di Bologna ormai minata dal male e afflitta da atroci sofferenze scrive ancora: "Signore ho solo questo mio cuore che è pieno di te che sei l'infinito. Questo ti offro per i tuoi sacerdoti. Eccoti tutta la mia vita. Se vuoi una vittima di riparazione per le loro cadute, per le loro infedeltà, per quello che non fanno e dovrebbero fare, per quello che fanno e non dovrebbero fare, Signore, per essi mi offro vittima, disposta a tutto, tutto, ma che non ci manchi il tuo sacramento, perché il sacerdote è un sacramento di te, Signore, che sia puro e illibato come tu lo hai voluto".

Carla scrisse molto. Un lungo diario, numerose lettere, incisivi, pensieri. Attraverso i suoi scritti possiamo seguire il suo cammino spirituale e la singolarità della sua esperienza di fede. Dagli scritti emergono il suo rapporto con Dio, la sua preghiera, le motivazioni profonde del suo agire. E si colgono anche tratti di una esperienza mistica autentica, ricca di slanci ardenti di amore a Gesù, di momenti di contemplazione inesprimibili, di gioia profonda pur nel dolore, di certezza della presenza viva di Gesù nel suo cuore, di dialoghi con Gesù pieni di fiducia e di abbandono. Da dove giungeva a Carla una spiritualità così ricca e teologicamente fondata, semplice, ma lontana da gretti devozionismi? Era la sua comunione con Dio che l'aiutava a penetrare con intuizione, a capire e vivere i misteri di Dio, a livello di esperienza contemplativa.
Carla amava appassionatamente Cristo di un amore incondizionato e senza cedimenti e lo sentiva presente a sé. Fu questo amore che le diede la capacità di giungere a una conoscenza interiore, che la trasformò e la fece passare dalla parte dell'oggetto amato, così da diventare una sola cosa con lui.
Ecco come si esprime. "Ho tanta pace nel cuore e il solo pensiero che possiedo Gesù mi fa provare una gioia tale che a parole non si può spiegare". "Sono felice di essere nelle mani di Dio e di essere da lui tanto amata".

La gioia l'accompagna sempre anche quando sembra che il mondo le cada addosso o quando piange o confida al diario i propri dolori, perché in lei è dono dello Spirito Santo.
Non è solo la gioia che le viene dal trovarsi in armonia con la natura o dall'incontro e dalla comunione con gli altri, ma è la gioia che proviene dal fatto che la sua anima entra nel possesso di Dio, conosciuto e amato come il bene supremo e immutabile. Chi vive nello Spirito incontra gioia sul proprio cammino: gioia nel vivere, gioia nell'amare, gioia nella purezza, gioia nel lavoro, gioia nel servizio, gioia nel sacrificio.
Carla possiede questa completa e profonda gioia e la diffonde nel cuore dei fratelli.
La gioia dà al suo cuore un'apertura sul mondo e la porta a una comunione sempre più universale. Perché la gioia "che proviene da Dio è una dilatazione del cuore; l'allegria non è gioia". "L'anima in grazia di Dio vive nella gioia, perché tutto le serve per donarsi, per amare, per riparare, per ringraziare".
Solo un pensiero potrebbe toglierle la gioia: "Sono felice e questa felicità potrebbe togliermela soltanto la certezza che Dio non fosse più misericordioso: il solo pensiero che Dio è amore e misericordia mi procura tanta gioia e fiducia". E ancora: "Sono felice di essere", "La vita è bella", "Sono felice fin troppo", "La vita è meravigliosa", "Vivo nella gioia".

Oltre alla sua intensa attività in Azione Cattolica Carla si lasciò coinvolgere nella pastorale della parrocchia, arricchendola con la propria presenza e con le proprie iniziative. Cominciò con l'a-
nimare la liturgia, perché fosse capita e seguita da tutti. Insieme alle suore, provvedeva alla cura della chiesa, dai pavimenti alle suppellettili, alla biancheria. Attenta al tempo libero dei ragazzi, organizzava e guidava gite parrocchiali; diede vita ad un carnevale e a un festival canoro per ragazzi; fu anche animatrice della filodrammatica parrocchiale, nella quale recitava con molta passione. Aprì una specie di pre-seminario, col nome di “ Cenacolo dei piccoli", allo scopo di suscitare vocazioni sacerdotali, missionarie e religiose.
Animava la giornata missionaria, curava la diffusione della stampa cattolica e teneva aggiornata la biblioteca parrocchiale. Aprì una piccola sala cinematografica nei locali della parrocchia, perché i ragazzi potessero vedere solo film adatti alla loro età. Il parroco le affidò tutta la contabilità parrocchiale; teneva anche i corsi prematrimoniali per fidanzati. In tutti i campi dell'apostolato, tutto compiva con passione ed entusiasmo coinvolgendo sempre nuovi collaboratori.
Dopo la sua morte il parroco ebbe a dire: "Ho perduto il mio braccio destro, non solo per il lavoro materiale, ma soprattutto per l'edificazione in parrocchia".

Nell'ottobre del 1965 il parroco le affidò il gruppo "Aspiranti". Scrive Carla nel diario: "Sento tutta la responsabilità che mi sono assunta, accettando. Se penso alle mie povere forze mi sento subito scoraggiare. Ma dopo tutto, cosa fare? Le bambine hanno bisogno di aiuto e perché negarglielo?". Pian piano Carla mise in atto un metodo di lavoro e di catechesi che si basava su alcune convinzioni suggeritele dal continuo contatto con le bambine, ma soprattutto da quel sano equilibrio interiore che era in Carla frutto della sua ricchezza umana, ma anche dono dello Spirito Santo.
Un metodo non studiato sui libri di pedagogia, ma dettato dal cuore e alla cui base stava l'amore; un amore alieno da effusioni e sentimentalismi, un amore forte e generoso, che la poneva al servizio delle bambine, per farle crescere nelle virtù umane e cristiane.
"Sì, credo proprio che un buon mezzo per aiutare le nostri adolescenti sia: amarle molto, fare in modo di ispirare a loro fiducia, ascoltare tutto ciò che esse diranno senza stancarsi mai e soprattutto non scandalizzarsi di niente; mostrando interesse anche per le cose più insignificanti".
"Gesù, a te le affido tutte: tu le conosci ad una ad una; sai  i loro bisogni e puoi fare tanto per loro; le nostre bambine devono diventare tutte buone: devono farsi sante".
Il colloquio personale era richiesto spontaneamente dalle ragazze e Carla lo assecondava perché intuiva che l'azione educativa non è completa se non si instaura un rapporto personale autentico. Cercava di capire ogni ragazza, per scoprirne le caratteristiche, risolverne i problemi, farne emergere le potenzialità, suscitare la fiducia in se stessa e far scoprire il senso della propria vita.
La sua forza educatrice fu soprattutto nella testimonianza di vita. Le ragazze vedevano in lei un modello nel quale identificarsi, ne avvertivano la pienezza di vita, l'entusiasmo non superficiale, la coerenza con i principi che professava. Carla, da parte sua, era attenta a non presentare il cristianesimo come la mortificazione della bellezza e della gioia di vivere, come un freno alla piena realizzazione della personalità.
Per questo curava molto il suo aspetto esteriore: vestiva alla moda, andava tutte le settimane dal parrucchiere, usava un leggero profumo. "Vesto con modestia ed eleganza e cerco di far capire alle anime, con la mia vita, che il cristianesimo non è croce ma gioia".

Il 19 agosto 1957, col permesso del direttore spirituale, fece voto privato di povertà. Distaccandosi da tutte le cose materiali si sente più libera di vivere nella volontà di Dio, "in mezzo alle comodità della vita, come nella più squallida miseria", di perdere la propria vita per ritrovarla nel dono di sé agli altri. D'ora in avanti tutto ciò che possiede non è suo, ma dei poveri; di tutto lei è semplicemente amministratrice generosa. Infatti Carla è convinta che fare voto di povertà senza amore e condivisione con i poveri sarebbe un inutile compiacimento di se stessi e una sterile ricerca di santità. Per questo esprimeva un amore incondizionato verso tutte le persone, nelle quali ritrovava il volto di Cristo da amare e da servire. Non ci stupisce che Carla fosse diventata, per Torre Pedrera, l'anima di ogni attività caritativa.
Per Carla tutti erano importanti: il bambino, il vecchio, l'ammalato, perché sapeva vedere in tutti la persona di Cristo.
Era molto attenta e premurosa verso gli ammalati: li visitava spesso in Ospedale e a domicilio ed esortava le suore a fare altrettanto.
Per poter aiutare i poveri teneva per sé quanto guadagnava con il lavoro di cucito, cui si dedicava dopo cena, dopo aver lavorato tutto il giorno nel negozio di frutta e verdura.
Si fece carico di molte situazioni dolorose che riuscì a risolvere con grandi sacrifici personali.

Fin dal 1950 aveva concepito l'idea di entrare nel noviziato delle suore Orsoline. Per otto lunghi anni conservò nel cuore il proposito e si preparò spiritualmente, con l'aiuto delle suore e mettendosi in corrispondenza con la Madre Generale. Ma furono anni anche difficili, perché dal momento in cui manifestò ai genitori, alle amiche e al parroco la sua ferma intenzione trovò una forte opposizione in tutti, ma soprattutto da parte del padre. Ferma e decisa com'era non le rimaneva che la via della "fuga", che organizzò di nascosto di tutti, con la complicità della mamma e delle suore.
La mattina del 3 febbraio 1958, con l'angoscia nel cuore, in macchina, affrontò il lungo viaggio fino a Scansorosciate di Bergamo, sede del noviziato delle suore Orsoline.
Sperava che con questo gesto il babbo si sarebbe convinto. Non fu così. Nei pochi mesi che passò in noviziato fu sempre tormentata dalle visite e dalle lettere del padre, che voleva riportarla a casa. Tuttavia, sempre col sorriso sulle labbra, compiva con precisione e con gioia tutti i doveri di novizia, non lasciando trasparire il dolore. Ebbe la stima di tutti, superiore e consorelle. Fu per Carla un periodo fecondo per la sua formazione spirituale. "Devo essere forte, devo essere generosa! Sono entrata in convento per amare di più il Signore, per essere tutta sua... quindi nulla mi deve fermare". Ma una mattina la Madre Superiora, vedendo che non cessavano le insistenze del padre, la chiamò e le disse: "Figliola, non pare che sia questa la sua via. Torni a casa dove l'aspettano tante anime. La santità la potrà trovare anche nel mondo". Carla torna a casa più ricca di grazia, affinata dalla sofferenza e iniziata ad una apertura di grande respiro nell'apostolato. "Ora so che cosa debbo fare per essere tutta tua e a qualunque costo cercherò di rimanerti fedele... Sarebbe stato troppo facile andare a Dio in quel modo".

Ritornata a casa Carla riprende con coraggio il proprio lavoro nell'Azione Cattolica e nell'apostolato in parrocchia e fra i poveri. Ma è sempre vigile e attenta per capire la volontà di Dio.
"Cosa sta avvenendo in me? Perché mi sento così strana e insoddisfatta della mia nuova vita? Cosa vuoi da me, Signore? Quando saprò con sicurezza dove vuoi che ti serva?".
Nel settembre del 1960, conobbe Teresa Ravegnini e, tramite lei, l'Istituto secolare "Ancelle Mater Misericordiae" di Macerata. Lesse attentamente lo Statuto. Oltre ad una proposta radicale di amore al Signore, attraverso i voti di povertà, castità, obbedienza, Carla rimase colpita dal fatto che all'Ancella veniva chiesto un apostolato di presenza e di testimonianza per essere elevazione delle realtà temporali, rimanendo nel mondo. Carla capì che quella era la sua strada, che in quello statuto era contenuta tutta la sua vita e tutto ciò che aveva faticosamente intuito. Partecipò subito agli esercizi spirituali nella Casa di Macerata e nel 1961 fece domanda di entrare nell'Istituto.
"Ma chi avrebbe mai pensato che doveva finire così? - scriverà nel suo diario -. Ora corono i miei sogni facendomi consacrare in un Istituto che tiene le sue figlie nel secolo... Signore ti ringrazio che sei stato così buono con me".
Nel piccolo mondo di Torre Pedrera Carla scelse di vivere la sua vita di laica consacrata. Lì sentiva di rispondere appieno alla sua vocazione di coniugare l'amore di Dio con l'amore del mondo, testimoniando come tutte le realtà terrene e le attività umane, pur nella loro reale autonomia, grazie all'azione dello Spirito, possano essere consacrate e divenire strumento di santificazione. Carla non prova disprezzo per il mondo, perché ha scelto di vivere inserita nel mondo: nella storia del suo paese, della sua parrocchia, della sua famiglia, del suo istituto. Ama il suo piccolo mondo nel quale c'è il peccato e la grazia, come nel campo evangelico del grano e della zizzania, e in esso lavora perché fruttifichi sempre il grano buono. Il suo atteggiamento verso il mondo è l'atteggiamento del contemplativo, che sa cogliere il senso delle cose e degli avvenimenti e sa vederli in un disegno più vasto, in cui tutti i particolari assumono il loro significato in Cristo. Perciò è spinta all'azione e sa fondere in sé azione e contemplazione.
Carla Ronci, l'esuberante giovane romagnola, dinamica attiva, cordiale, sempre sorridente, dai molteplici impegni ecclesiali, caritativi e sociali era una contemplativa: il suo monastero furono le strade del mondo, fra la gente, fra i poveri.
Leggiamo in una sua lettera: "Oggi il Signore ha bisogno di testimoni che lo facciano sentire, più che con le prediche, con la propria vita e il proprio esempio. Oggi occorre che l'apostolato diventi una testimonianza personale di dottrina vissuta".
"È solo per lui che mi impegno affinché la mia vita sia una testimonianza viva, ovunque io mi trovi e qualunque cosa io compia". Contemplativa nell’azione in questo sta l'originalità dell'esperienza cristiana di Carla.

"Nella comunione ricevo Gesù per farlo vivere in me e per me:
Gesù, io voglio vivere di te; tu devi rivelarti agli altri attraverso la mia povera vita".
Messa e comunione quotidiana costituivano il momento più alto della sua giornata e sempre al primo posto nei propositi dei suoi programmi di vita. L'intimità con Gesù eucaristico era per Carla contemplazione della presenza reale di Gesù che "sentiva" in modo straordinario.
Carla gode della presenza di Cristo come dono inestimabile ma, quando avverte che il mondo attorno a lei vive nel segno dell'ingiustizia, della povertà, del peccato, allora l'eucarestia diventa la forza che sostiene il suo lavoro di apostolato, di redenzione, di testimonianza. Carla ha capito che l'eucarestia esige un serio impegno verso la comunità, perché è soprattutto comunione, ed esige un servizio radicale e totale ai fratelli fino al dono della vita. Vive l'eucarestia nella luce dello Spirito
Santo, sostegno del suo impegno a servizio dei fratelli. Parafrasando le parole di Paolo ai Galati, arriverà a dire: "Non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me".

I primi sintomi della malattia si manifestarono nell'agosto 1969, con una forte colica di fegato Non si preoccupò eccessivamente , ma con la comparsa di dolori alle spalle, febbre e una tosse insistente dovette recarsi ad una ulteriore visita al Dispensario antitubercolare. Il medico disse chiaramente che si trattava di un carcinoma al polmone e consigliò il ricovero presso una clinica di Bologna. Come reagì Carla? "Il buon Dio mi sta provando con una infermità che credo decisiva per la mia missione. Ho dinanzi il mio crocifisso e, guardando lui, tutto mi diventa facile. Sono pronta ad ogni disposizione. So bene che la sofferenza non mi viene da lui, ma la gioia sì, e di questa ne ho tanta, che il resto non conta". "Vedi?! Ho la sensazione che Gesù si stia distaccando dalla croce per lasciarmi il suo posto. Credo proprio che mi voglia crocifissa, perché lui sa che per me il soffrire con lui è una gioia".
La mattina del 21 gennaio 1970, in macchina, accompagnata dalla mamma e dal cognato, parte per Bologna, ormai provata dal male e allo stremo delle forze fisiche e morali.
In ospedale cominciò per lei un lungo calvario di analisi ed esami clinici, che aumentarono la sua già grande sofferenza. Ma non voleva manifestare ad altri le sue sofferenze per non rattristarli; riceveva le molte visite di amici e parenti sempre col sorriso sulle labbra. Scriverà al padre spirituale: "Il cuore a brandelli e il sorriso sulle labbra: ecco la nostra missione di questi giorni...".
“ Coraggio, padre, ormai il più è passato; Gesù non può chiederci di più perché non abbiamo più nulla da dare... Il mio motto è sempre lo stesso: per Gesù e per le anime: e quale forza mi viene da questa intenzione e da questa unione! ...Nonostante la paura sia tanta... Sento un gran desiderio di dare, di offrire, di amare e sento che nonostante tutto la vita è meravigliosa".
Quando le forze glielo permettevano andava a trovare gli altri malati, per confortarli e soccorrerli: quando parenti e amici le portavano frutta o dolci, voleva che prima fossero distribuiti a quei malati che non avevano nessuno che li andava a visitare.
Verso la metà di marzo Carla peggiorò vistosamente. Il tumore al fegato si era ormai diffuso nei polmoni. Non c'era più nulla da fare. I medici consigliarono di portarla a morire a casa. Il mattino del 1° aprile un'ambulanza la condusse alla Clinica “ Villa Maria" di Rimini, dove i parenti pensavano che avrebbe ricevuto un'assistenza più adeguata. Vista la gravità della situazione, il mattino seguente fu chiamato il cappellano della Clinica; accanto a lei l'amica Teresa, il cognato Benito, un padre passionista e il parroco don Succi. Alle ore 16 le fu amministrata l'estrema unzione, che ricevette con molta devozione, seguendo il rito con lucidità di mente e rispondendo alle preghiere. Dopo poche parole, scambiate coi vicini, sorrise e con un filo di voce disse. "Ecco lo sposo che viene", poi spirò senza un rantolo, senza un lamento, chinando il capo sulle mani giunte in preghiera. Il medico e l'infermiera, che l'avevano assistita, scoppiarono in pianto e dissero: "È morta una santa". Erano le ore 17,05 del 2 aprile 1970.

 

Ora Carla riposa nella sua chiesa di Torre Pedrera, in una bellissima urna marmorea, che è meta di un continuo pellegrinaggio.

Il Santo Padre, riconosciuta l'eroicità delle sue virtù, la proclamò venerabile il 7 luglio 1997.

Galleria

TORNA SU